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Hibakujumoku: gli alberi sopravvissuti all’atomica

Se vi capitasse di visitare le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, vi potrebbe capitare di vedere i passanti parlare con gli alberi e abbracciarli. Non con tutti gli alberi, ma con alcuni di essi, contrassegnati da un cartellino giallo con delle spiegazioni.

Ebbene, questi sono gli hibakujumoku, gli alberi sopravvissuti nel 1945 al lancio delle due bombe atomiche con cui gli Stati Uniti posero fine alla Seconda Guerra Mondiale, colpendo in maniera durissima la popolazione nipponica.

L’eccezionalità di questi alberi non sta solo nel fatto che sono i testimoni ancora in vita delle più micidiali deflagrazioni della storia dell’umanità. Ciò che davvero stupisce, è la vicinanza di questi esemplari all’epicentro delle esplosioni, in zone dove nessuna forma di vita animale ha trovato scampo.

Numerosi alberi sono sopravvissuti al di sotto di un chilometro dai luoghi dell’impatto. Alcuni di essi si sono spinti addirittura fino a poche centinaia di metri: l’albero dei record è un salice piangente che si trovava a 300 metri dal punto preciso in cui è esplosa la bomba di Hiroshima.

Gli hibakujumoku annoverano fra le proprie fila numerosi esemplari di piante: ficus, oleandri, eucalipti e gingko biloba sono fra gli “eroi” che sono scampati alla bomba. Anche se scampati non è sempre il termine corretto.

hibakujumoku eucalyptus hiroshima
Un eucalipto che è sopravvissuto alla deflagrazione di Hiroshima, il cui epicentro si trovava a 740m di distanza (foto da Wikipedia)

Alcuni di questi alberi, quelli meno vicini all’epicentro, sono stati solo parzialmente danneggiati e sono poi ricresciuti rigogliosi come prima, o quasi. Altri, i più prossimi all’esplosione, sono stati spazzati via per quel che concerne la parte al di sopra del terreno. Ciò che c’era sotto, però, ovvero le radici, è sopravvissuto, e tanto è bastato perché la pianta ricrescesse, dando prova di grande tenacia.

Che cosa c’è da imparare, in questo periodo segnato dalle difficoltà causate dal coronavirus, dalla storia degli hibakujumoku, trattata peraltro molto bene nel volume L’incredibile viaggio delle piante di Stefano Mancuso, celebre neurobiologo vegetale e direttore del LINV – International Laboratory of Plant Neurobiology di Firenze?

L’albero dei record è un salice piangente che si trovava a 300 metri dal punto preciso in cui è esplosa la bomba di Hiroshima.

Innanzitutto, che gli hibakujumoku sono sopravvissuti per via della struttura modulare dei vegetali: gli animali hanno organi insostituibili (a cominciare dal cervello), senza i quali non possono sopravvivere, mentre nei vegetali non esiste una parte fondamentale, persa la quale cade ogni speranza di vita.

Questo potrebbe farci riflettere sulle opportunità delle strutture “a rete”, in cui ogni nodo svolge un ruolo egualmente importante, rispetto a quelle gerarchiche, dove c’è un centro di controllo ben definito, che se però viene danneggiato porta al tracollo dell’intero sistema.

gingko biloba
Tra le specie sopravvissute all’atomica troviamo la gingko biloba (foto: Jerry Wang)

Ma soprattutto, e qui sta il parallelo con l’attuale situazione, dimostra che la caratteristica fondamentale per superare i momenti di crisi – come l’esplosione di una bomba atomica o, per l’appunto, una pandemia – consiste nella resilienza, ovvero la capacità di adattarsi ai cambiamenti “senza spezzarsi”. Si tratta di un termine di recente piuttosto abusato, ma non senza motivo.

Le piante sono particolarmente resilienti perché non possono spostarsi. Per questo motivo, non possono rifuggire un pericolo: devono affrontarlo. E non possono abbandonare il proprio contesto di vita: devono accettarlo e trarne il meglio (magari anche modificandolo).

Le attività che usciranno meglio dalla crisi economica che si è abbattuta sull’Italia e sul mondo intero in seguito alla pandemia saranno quelle che non rimarranno fossilizzate nelle proprie posizioni, ma in base a quello che gli succede attorno cambieranno il proprio modo di pensare e di agire.

Le attività che usciranno meglio dalla crisi economica sono quelle che cambieranno il proprio modo di pensare e di agire.

Nei prossimi mesi sarà fondamentale cercare nuovi modi di fare impresa, nuovi modi di trovare e rassicurare i clienti, nuovi modi di comunicare. È il momento delle idee originali e ardite. È il momento di rischiare per cambiare. Perché ogni crisi, pur nella sua violenza, racchiude sempre delle opportunità.

(Foto in apertura: Eric Muhr)

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