Spesso, le idee più semplici sono anche le più brillanti: è il caso, ad esempio, di Rory’s Story Cubes, il terzo gioco a essere preso in esame all’interno della nostra rubrica dedicata agli Strumenti Creativi che ti permettono di esercitare la creatività in maniera leggera.

Se sei fra quelli che amano passare le serate in compagnia di familiari e amici, divertendoti con qualche casual game, è probabile che tu conosca già i dadi in questione. Altrimenti, è il caso di rimediare, perché ti stai perdendo uno degli strumenti di storytelling più interessanti in circolazione… e questo nonostante sia davvero semplice e basilare.

Rory's Story Cubes storytelling

COME FUNZIONA, SPIEGATO FACILE

All’interno della confezione base di Rory’s Story Cubes troviamo nove dadi, ognuno riportante su ciascuna faccia un’illustrazione molto schematica. In totale, quindi, abbiamo 54 disegni diversi, che messi assieme, però, danno vita a un numero notevole di combinazioni.

Queste illustrazioni possono rappresentare degli animali, degli oggetti, delle persone o ancora delle azioni. Oppure possono essere dei semplici simboli, come ad esempio una freccia.

Le regole sono ridotte all’osso, e anzi non è nemmeno corretto parlare di regole, perché in realtà gli Story Cubes possono essere utilizzati molto liberamente. Ma quello che potremmo chiamare il “metodo classico” prevede che uno dei giocatori tiri i nove dadi e li metta assieme per creare una storia.

Gli Story Cubes sono utili perché ti forniscono dei paletti rigidi, spingendoti però a piegarli ai tuoi fini narrativi

Tutto qui, né più, né meno. Nove illustrazioni per dare vita a una storia che sia il più appassionante, divertente oppure originale possibile. Il che potrebbe sembrare facile, ma non lo è affatto, soprattutto se ci troviamo a dover mettere assieme elementi molto diversi fra loro.

Alla confezione base si aggiungono ovviamente numerose espansioni. Queste possono essere dedicate a un determinato tema, come la preistoria o lo spazio, oppure riguardare specifici elementi narrativi, come ad esempio le azioni. I dadi dei diversi set possono essere mescolati fra loro… e anzi gli stessi inventori del gioco incoraggiano a farlo.

Si possono poi prevedere diverse varianti del gioco, sia competitive, che collaborative. Il bello degli Story Cubes, in fondo, sta proprio nella loro libertà di utilizzo.

IN CHE MODO PUÒ ESSERTI UTILE

Gli Story Cubes sono un ottimo strumento per esercitare la creatività e le tue doti di storytelling. Sono utili perché ti forniscono dei paletti piuttosto rigidi (per la tua storia hai solo pochissimi elementi a disposizione), spingendoti però a piegarli ai tuoi fini narrativi.

Rory's Story Cubes azioni

E non è tutto, perché ti impongono di stabilire le connessioni necessarie a creare una storia in pochissimo tempo, in pratica improvvisando. E come saprai se la creatività o la scrittura sono il tuo mestiere, spesso i vincoli temporali stringenti sono uno degli scogli principali da affrontare.

Ti è mai capitato un cliente che ti dà pochissime istruzioni per portare a termine un lavoro, ma al tempo stesso lo vuole pronto in tempo zero? Ecco, se hai imparato a “unire i puntini” d’istinto, senza temere i “vuoti” improvvisi o il ticchettio delle lancette, sicuramente la prossima volta lo affronterai in maniera molto più serena.

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FANTASIA: TUTTA COLPA DI TOPOLINO

Oggi Fantasia della Walt Disney è considerato un grande classico del cinema d’animazione, oltre che uno dei più riusciti esperimenti nel rendere la musica protagonista su grande schermo.

In principio, però, il film a episodi uscito nelle sale USA nel 1940 rischiò di essere un clamoroso insuccesso: dalla fortunata parabola di questa pellicola ci sono un paio di cose da imparare. Ma procediamo con ordine.

L’idea di realizzare Fantasia venne a Walt Disney durante la realizzazione de L’apprendista stregone, un ambizioso cortometraggio musicato (peraltro forte delle sue Silly Symphonies, la Disney si era già cimentata con successo nell’abbinare musica e animazioni in un altro corto, Fanfara, del 1935) che aveva per protagonista Topolino, il cui costo di produzione era però presto andato fuori controllo.

Per giustificare l’emorragia di denaro provocata da quel cortometraggio a cui teneva tantissimo, Disney ebbe l’idea di inserirlo all’interno di una cornice più ampia: sarebbe stato solo uno dei tanti episodi di un film d’animazione che avrebbe avuto per protagonista la musica classica.

L’idea di realizzare Fantasia venne a Walt Disney durante la realizzazione dell’ambizioso corto L’apprendista stregone: per giustificare il costo andato presto fuori controllo, si decise di inserirlo in una cornice più ampia

Lo sforzo produttivo ed economico per realizzare Fantasia, che faceva ricorso a tecniche d’animazione piuttosto complesse, fu ingente. Al momento di far uscire il film nelle sale, Walt Disney era però talmente ottimista da optare per una serie di proiezioni-evento, prestando ai cinema una costosa apparecchiatura per dare il giusto risalto al sonoro del film: fu così che Fantasia divenne il primo film in stereofonia della storia del cinema.

FANTASIA: DA FLOP EPICO…

Un “piccolo” inconveniente impedì a Fantasia di avere successo al botteghino. La pellicola, come detto, uscì nel 1940, ovvero in piena Seconda Guerra Mondiale. Per questo, non uscì in Europa, dove l’avanzare del conflitto rese impensabile una qualsiasi forma di distribuzione.

Ma a determinare l’iniziale insuccesso di Fantasia non furono soltanto i costi di produzione e distribuzione, né i motivi bellici. Il problema fu innanzitutto un altro: pur convincendo la critica, il film non fu apprezzato dal pubblico, che lo riteneva troppo “colto”.

Fantasia centauri

La Disney aveva abituato i suoi fan a una produzione popolare, fatta di cortometraggi bizzarri e divertenti. E i due lungometraggi che avevano preceduto Fantasia, ovvero Biancaneve e Pinocchio (anche questo in realtà in principio fu un flop, salvo poi riprendersi) erano destinati per lo più a un pubblico di bambini e ragazzi.

Fantasia, al contrario, era un’opera di notevole complessità. Non solo: tra ippopotami ballerini e centauri “razzisti” (solo nel 1969 vennero eliminate alcune sequenze che riproponevano stereotipi negativi: in una di esse, una centaura nera lustrava gli zoccoli di una centaura bianca), era un film senza una trama, ad episodi, e per giunta i singoli episodi a loro volta avevano a mala pena uno sviluppo narrativo, a eccezione del già citato L’apprendista stregone, che in effetti rappresenta quasi un corpo estraneo rispetto al resto.

Non tutti, tanto per fare un esempio, erano pronti a seguire un “corso rapido” sull’evoluzione della vita sul pianeta Terra come quello del segmento che mostra i vari passaggi che portarono dai protozoi ai dinosauri – salvo arrestarsi prima dell’arrivo dei mammiferi per evitare controversie con i creazionisti – sulle note della Sagra della primavera di Igor Stravinsky.

Non tenere conto delle caratteristiche e dei desideri del proprio target può portarci a errori madornali.

Come se non bastasse, i brani di musica classica scelti per accompagnare le immagini – da La danza delle ore di Amilcare Ponchielli a Una notte sul Monte Calvo di Modest Musorgskij, passando per Lo schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij – non erano propriamente “facili da digerire” per un pubblico che spesso non aveva una grande cultura musicale.

…A SUCCESSO LEGGENDARIO

In sostanza, Fantasia fu, almeno in principio, una bella batosta per Walt Disney. E questo nonostante i due Oscar alla carriera assegnati uno al direttore d’orchestra Leopold Stokowski, l’altro a Walt Disney, William E. Garity, J.N.A. Hawkins.

Ma già dopo la guerra la pellicola venne ridistribuita a più riprese nelle sale, comprese quelle europee. E a partire dal 1969, complice anche l’amore degli hippy per quella pellicola che gli sembrava un “vero trip”, rientrò finalmente dei costi e cominciò a generare profitti.

E che profitti… Fantasia divenne uno dei maggiori successi al box office di sempre, senza contare gli introiti derivanti dalle vendite record del settore home video a partire dal 1991.

Fantasia Monte Calvo

CHE COSA POSSIAMO IMPARARE DA FANTASIA?

La vicenda di Fantasia ha qualcosa da insegnarci, nella gestione strategica di un’attività? In effetti, un paio di cose da imparare ci sono, a cominciare da questa: non bisogna mai dimenticare il proprio pubblico.

Nel concepire Fantasia, Walt Disney ha commesso l’errore di fraintendere il proprio target. Ha ritenuto che fosse sufficiente proporgli qualcosa di bello, perché il pubblico lo apprezzasse.

Ma il pubblico della Disney voleva altro: voleva storie buffe, divertenti, facili da seguire. Storie che potessero piacere tanto a un adulto, quanto a un bambino, qualunque fosse la loro preparazione culturale.

Non tenere conto delle caratteristiche e dei desideri del proprio target può portarci a errori madornali. Ma Fantasia mostra anche un’altra cosa.

Per godere dei frutti dei progetti più ambiziosi, è necessario del tempo: insomma, quando si innova ci vuole pazienza.

Nel tempo, la pellicola si è trasformata in cult, e di lì in successo commerciale. I risultati, insomma, sono arrivati. Ma ci sono voluti decenni.

Questo significa che, talvolta, per godere dei frutti dei progetti più ambiziosi, è necessario del tempo. Certo, magari non decenni, anche perché non tutti hanno la solidità finanziaria della Disney, ma insomma… quando si innova, ci vuole pazienza!

INTRO


Secondo capitolo di questo nostro appuntamento dedicato agli strumenti “non convenzionali” che possono aiutarti (spesso in maniera divertente) ad allenare la creatività e a creare contenuti.


Dopo Dixit, oggi prendiamo in esame Stop Motion Studio, una semplice app creata da Cateater, disponibile per Windows, Mac, Android e iOS, per realizzare in maniera facile filmati in stop motion. Se non sapessi di cosa stiamo parlando, la stop motion, detta anche passo uno, è la più antica forma di animazione.

Là fuori è pieno di persone che riproducono battaglie storiche o “cucinano” piatti tipici animando i popolari omini e mattoncini della LEGO


Il procedimento è semplice: fai una foto, sposti un oggetto, fai un’altra foto, e così via. Poi le riproduci una di seguito all’altra, in modo da dare un’impressione di movimento. Un classico utilizzo della stop motion consiste nel far sembrare che un oggetto si muova da solo, oppure nell’animare personaggi di plastilina (come Wallace & Gromit, non so se hai presente…).


Di recente, sono molto di moda su Youtube i video in passo uno fatti con il LEGO (di cui abbiamo parlato di recente in relazione al Content Marketing), per ricreare le più disparate situazioni, creando avventure con dinosauri, personaggi di Star Wars e quant’altro. Là fuori, tanto per farti un esempio, è pieno di persone che riproducono battaglie storiche o “cucinano” piatti tipici animando i popolari omini e mattoncini del brand danese…

COME FUNZIONA, SPIEGATO FACILE

Stop Motion Studio è un’app piuttosto intuitiva, che può essere utilizzata tanto dai neofiti dell’animazione in passo uno, quanto dagli esperti, per creare filmati semiprofessionali anche con un semplice smartphone o tablet (con una risoluzione fino a ben 4K).


L’applicazione ti permette di scattare le foto che andranno a formare il tuo film d’animazione, fornendoti una serie di strumenti per facilitarti, come le guide su schermo per aiutarti a mantenere la posizione degli oggetti nell’inquadratura, e per migliorare la qualità del video, come effetti speciali, effetti sonori, dissolvenze, green screen e via dicendo.

Ecco un video esemplificativo molto semplice di quel che si può fare con Stop Motion Studio.

Davvero, non c’è molto da spiegare. Il modo migliore per capire come funziona Stop Motion Studio, consiste nel cominciare a usarlo, magari dopo aver guardato qualche tutorial sull’animazione a passo uno.


Per il resto, tutto quello che ti serve è un po’ di pazienza (tieni conto che per ogni minimo movimento degli oggetti in campo devi scattare una foto, e che più foto scatti, più il movimento apparirà fluido), assieme a un minimo di strumentazione: un cavalletto portatile per il tuo device, un paio di faretti anche economici per uniformare le luci sul “set”… ah, certo, il tutto ovviamente unito a una buona dose di creatività.

stop motion studio
Stop Motion Studio ti permette di lavorare sia da pc, che da tablet o smartphone

A COSA MI PUÒ SERVIRE

Cimentarti con Stop Motion Studio ti può essere innanzitutto d’aiuto nell’esercitare la creatività all’interno di una situazione con dei paletti ben precisi. Per raccontare la tua storia – o semplicemente per ricreare quello che hai in mente – devi infatti attenerti alle possibilità e alle limitazioni della stop motion.


L’animazione in stop motion richiede una notevole dose di ingegno, perché per ottenere determinati effetti o movimenti dovrai per forza di cose pensare a delle soluzioni pratiche. Di seguito ti riporto un paio di esempi per farti capire meglio.


Nel tuo video vuoi far esplodere qualcosa? Beh, di certo non puoi metterti a giocare al piccolo bombarolo nel tuo studio o ufficio, facendo davvero esplodere qualcosa. La soluzione? Utilizza del cotone o dell’imbottitura, per dare l’impressione del fumo, come in questo breve tutorial.

Vuoi animare un oggetto o un personaggio, ma questo non ha una struttura rigida e continua a cadere o muoversi prima che tu riesca a scattargli una foto? Allora devi realizzargli un vero e proprio scheletro, magari con del filo metallico.


Man mano che proverai a fare video in stop motion più elaborati, ti renderai conto di dover pensare in maniera non convenzionale, per risolvere i tanti, piccoli problemi pratici che ti si presenteranno. E questo è un ottimo esercizio.

La stop motion ti obbliga a pensare in maniera non convenzionale, per risolvere i tanti, piccoli problemi pratici che ti si presenteranno


Ma c’è un modo anche più concreto in cui Stop Motion Studio può esserti utile. Se già hai dimestichezza con la produzione di video o se hai la pazienza di prendere un po’ la mano con l’app in questione, potrà servirti per creare sul serio dei contenuti per la tua attività o per i tuoi progetti.


Certo, non aspettarti di realizzare come se niente fosse dei filmati superprofessionali. Ma con un po’ di impegno e pazienza e con la strumentazione giusta, potrai realizzare delle animazioni divertenti e a basso costo, che possono avere un buon potenziale virale, soprattutto sui social network.

Un’idea “semplice” (anche se non nella realizzazione, credimi) per un breve video in stop motion:

Rifletti su chi sei o su quello che rappresenta la tua attività, pensa a un’idea divertente che potrebbe veicolare bene questa identità e realizza il tuo filmato in stop motion. Sempre, però, tenendo a mente il mantra della produzione di contenuti: piuttosto che farlo male, meglio non farlo.


Se pensi di non essere all’altezza del compito o non te la senti di rischiare, puoi comunque rivolgerti a un professionista della stop motion o a uno dei tanti bravi youtuber che si sono guadagnati un buon seguito con le loro animazioni, chiedendogli di realizzare un video per te. Noi ne conosciamo qualcuno.


Se ti va, possiamo pensare a un’idea che possa fare al caso tuo e a metterti in contatto con uno di loro. In questo caso, non esitare a contattarci!

Microcopy, ne hai già sentito parlare? Visto il “micro” nel termine, potrebbe venire da pensare che si tratti di qualcosa di trascurabile, ma ti possiamo assicurare che, nell’ottica di un sito web di un’attività, non è così. Ecco perché.

Quando si parla di creatività di un sito web, spesso si pensa che riguardi solo i testi veri e propri delle pagine, come ad esempio la presentazione in home page, l’illustrazione dei servizi e delle diverse categorie, gli articoli del blog oppure la tradizionale pagina del “chi siamo”.

Tutti questi testi, ovviamente, vanno curati in maniera adeguata e scritti in modo da concorrere alla creazione di una brand identity coerente e accattivante. Ma rappresentano solo una parte del lavoro di copy, che va invece a interessare anche i tanti frammenti di testo sparsi per il sito, visti di solito in chiave puramente funzionale, piuttosto che creativa.

Trascurare però quelli che in gergo vengono definiti microcopy equivale a rinunciare a un prezioso elemento nella presentazione al pubblico di un marchio o di un’attività. Per fare un esempio, è come se su una giacca di alta sartoria venissero cuciti dei bottoni di bassa lega, con il risultato di svilire l’abito.

microcreatività

Cosa sono i microcopy?

Prima di procedere, risulta utile spiegare in breve che cosa sono i microcopy. Con questo termine si indicano tutti quei messaggi e brevi testi di natura funzionale, utili a stabilire un contatto o a permettere all’utente di compiere determinate azioni.

Per fare qualche esempio, sono dei microcopy i testi di un modulo di iscrizione a una newsletter, o ancora le call to action, ovvero le “chiamate all’azione”, contenute in un button da cliccare per effettuare un acquisto o richiedere informazioni (“Compra ora”, “Registrati”, “Chiedi una consulenza”).

I microcopy sono tanti e sono sparsi ovunque in un sito web. Anche un indirizzo mail, nel suo piccolo (per l’appunto… non a caso stiamo parlando di microcopy!) rientra nella categoria e può essere sfruttato per comunicare un certo messaggio o per consolidare il tono di voce di un brand.

Ma non finisce qui: i microcopy sono anche “fuori” dal tuo sito. Rientrano infatti nella categoria anche i metadati di una pagina, ovvero il titolo e la breve descrizione che compariranno sui motori di ricerca come Google quando un utente digita una chiave di ricerca collegata alla tua attività. Anche questi (oltre a essere importanti ai fini della SEO) devono essere curati e invogliare al clic.

Trascurare i Microcopy equivale a confezionare una giacca di alta sartoria per poi cucirvi dei bottoni di bassa lega, con il risultato di svilire l’abito.

Microcreatività: come applicarla

Il modo migliore per sfruttare la microcreatività consiste nel non dare niente per scontato. Non tutti i testi puramente funzionali devono essere uguali, anche se (anzi, soprattutto se) i tuoi concorrenti adottano tutti quanti le stesse identiche formule.

Un esempio tratto proprio dal sito di Content First. Per la casella mail di contatto generale, in principio avevamo pensato a un classico (che per carità, ha il merito di essere immediatamente comprensibile, il che non va mai trascurato) info@contentfirst.it. Chiaro, conciso, a prova di fraintendimenti.

microcopy
Ancora prima che creativo, un microcopy deve essere conciso e diretto.

Poi però questa scelta ci è apparsa un po’ asettica, più adeguata magari al sito di una banca o di una compagnia assicurativa, ma non a un’agenzia che si vanta di creare contenuti fatti con il cuore. Per cui abbiamo pensato a un’alternativa che fosse altrettanto semplice e concisa, ma con un pizzico di umanità in più.

La scelta finale è caduta su un più amichevole ciao@contentfirst.it. “Ciao” ha lo stesso numero di lettere di “info”, è chiaramente riferito a una possibilità di contatto, ma trasmette tutto un altro calore e, almeno lo speriamo, fa sentire i benvenuti.

Ovviamente è una scelta che può piacere o non piacere, ma questo esempio serve per farti capire che anche un dettaglio all’apparenza trascurabile come un indirizzo mail può diventare uno strumento creativo.

Non dare nulla per scontato

Come fare ad applicare la stessa logica ad altri microcopy del sito? Come detto, innanzitutto non bisogna dare niente per scontato, comprendendo che ogni brandello di testo può essere personalizzato.

Essere pertinenti

Il secondo punto fondamentale consiste nella pertinenza: nel pensare a un microcopy, dobbiamo pensare a qual è l’immagine dell’azienda e quali sono i suoi valori. Queste microcreatività devono quindi essere in linea con la brand image e non cozzare con essa.

Pensare alla funzionalità

In questo senso, l’esempio sopra riportato può andare bene per il nostro sito, ma potrebbe non adattarsi a un’altra realtà che vuole presentarsi come più “seriosa” e formale. Tutto ciò ci conduce al terzo punto: la creatività, macro o micro che sia, non è un obbligo. Insomma, deve essere funzionale ai tuoi obiettivi. Se non lo è, meglio lasciar perdere piuttosto di rischiare dei pasticci.

I microcopy devono essere creativi (se possibile), pertinenti e funzionali ai tuoi scopi.

Microcopy: a cosa servono

Ma a che cosa serve premurarsi di personalizzare questi microcopy e altri minimi testi di cui stiamo parlando? Ecco alcuni dei vantaggi che puoi ottenere grazie alla microcreatività…

Content First home page

Rendi speciale il tuo sito anche nei minimi dettagli!

Rivolgiti a noi: ci prenderemo cura della creatività del tuo sito sia nel macro che nel micro.

Pensa in piccolo!

Dopo Red Bull, proseguiamo il nostro appuntamento con i Contenuti che vendono con un altro case study classico di Content Marketing: quello del marchio LEGO.

Ma prima di raccontarvi come il brand danese sia riuscito nel giro di un paio di decenni a diventare il leader mondiale nel settore ludico, facciamo un piccolo passo indietro, fino a tempi meno rosei. Dopotutto, proprio la difficoltà è il principale motore del cambiamento.

SIGLA!

LEGO Content Marketing: come uscire alla grande da un periodo difficile

Primi anni 2000, LEGO si ritrova in difficoltà eccome: i conti sono in profondo rosso e la società rischia di finire sommersa dai debiti, tanto che si impone un cambio al vertice. Poteva essere la fine di uno dei grandi player del settore giochi, eppure quel momento buio è stato l’inizio di una nuova vita, per la società fondata nel 1916 da Ole Kirk Kristiansen.

In realtà, non è che alla LEGO si siano svegliati di colpo con la ricetta per risollevarsi dalla crisi di quel periodo. Già da qualche anno il brand aveva gettato le fondamenta dell’approccio dinamico e multicanale che ha poi consentito, di lì a poco, il grande salto di qualità.

Per riuscire nell’impresa, la società ha dovuto lavorare su diversi fronti, per cui non è che ci sia una sola ragione dietro al successo odierno della LEGO. Quello che è certo, è che in questa storia ha avuto un ruolo chiave il Content Marketing.

Costruire un immaginario mattoncino su mattoncino

La creazione di contenuti al di là del prodotto “core” ha infatti consentito alla LEGO non tanto di promuoversi, ma di creare un vero e proprio immaginario stratificato, costruito attorno all’identità profonda del marchio.

Alcuni di questi contenuti mirano a “pagare da sé” l’investimento, come ad esempio i tanti videogiochi cominciati a creare a partire dalla fine degli anni ‘90, con particolare successo soprattutto a partire dal primo decennio del nuovo millennio, quando LEGO ha dato il via, affidandone lo sviluppo a TT Games, alla produzione di giochi basati su franchise concessi in licenza, come Star Wars, Indiana Jones, Il Signore degli Anelli o Jurassic World.

La creazione di contenuti al di là del prodotto ha consentito alla LEGO di creare un vero e proprio immaginario stratificato, costruito attorno all’identità profonda del marchio.

Altri contenuti, invece, sono del tutto gratuiti, ragion per cui non portano un incasso diretto alla compagnia. Cortometraggi animati e video educativi (qui sotto ne trovate uno che spiega in maniera facile cos’è la genetica) da distribuire su Youtube, minisiti con giochi e trivia, app come LEGO Life e via dicendo.

In che modo LEGO ha beneficiato di questi contenuti? Non si è mai trattato di “semplice” pubblicità. La società danese è stata sufficientemente furba da non confezionare dei semplici spot pubblicitari.

Con questi contenuti free, LEGO ha piuttosto “regalato” qualcosa di divertente o di utile ai potenziali clienti. Intrattenimento, curiosità, ispirazione. E così facendo, ha fidelizzato il suo pubblico.

Non solo. Ha anche propagandato, attraverso ogni singolo contenuto, la sua identità più intima, il messaggio alla base dell’intero universo di gioco LEGO. Ovvero: siamo tutti dei costruttori. Con la fantasia, possiamo creare dei mondi fantastici. Sia i bambini, che i ragazzi e gli adulti.

Siamo tutti Costruttori

Bambini, ragazzi e adulti. Con la sua fitta attività di Content Making, la LEGO è stata anche capace di differenziare e ampliare il proprio pubblico, facendo però sentire tutti quanti, dal più giovane al più vecchio, parte di un’unica community di costruttori.

Lego Ideas Steamboat Willie
Il set LEGO Ideas dedicato al cortometraggio Steamboat Willie del 1928, il primo in cui compare il personaggio di Topolino, nato dalla creatività di un fan

La costruzione di una community è stato un altro punto forte nella strategia LEGO di conquista del mondo. Il brand ha incoraggiato in ogni modo i suoi fan a sentirsi “parte di un team” e a utilizzare la fantasia e l’ingegno per creare a propria volta dei contenuti (un ottimo esempio in questo senso è la linea LEGO Ideas, che commercializza set ideati da semplici appassionati e votati da altri appassionati).

LEGO ha propagandato, attraverso ogni singolo contenuto, la sua identità più intima, il messaggio alla base del suo universo di gioco. Ovvero: siamo tutti dei costruttori.

L’apoteosi di questo approccio è rappresentato dal film The LEGO Movie di Phil Lord e Christopher Miller, uscito nel 2014 con un notevole seguito di pubblico e di critica e ingiustamente snobbato dagli Academy Awards al momento di stilare l’elenco dei candidati all’Oscar per il Miglior film di animazione di quell’anno.

The LEGO Movie era a sua volta un prodotto commerciale, perché puntava a creare un incasso al box office. Ma è stato ben di più: innanzitutto ha dimostrato che anche un brand può realizzare una pellicola d’animazione intelligente, senza limitarsi a fare semplice product placement come di recente la Playmobil con il suo film, ma raccontando una storia avvincente e al contempo riflettendo sulla natura stessa di gioco dei LEGO.

Quello che più conta in questo caso, è che The LEGO Movie ha veicolato alla perfezione – di più, ha incarnato – tutti quei valori che il marchio danese aveva deciso di incorporare nella propria identity. Come Emmett, l’anonimo protagonista del film, siamo tutti costruttori e, in quanto tali, anche i più “normali” di noi sono in fondo speciali.

LEGO Content Marketing
Come Emmet, protagonista del film The LEGO Movie, tutti quanti possiamo diventare dei “mastri costruttori”

Cosa possiamo imparare dall’approccio della LEGO?

Il cerchio si chiude: negli anni successivi la LEGO non si limita a raccogliere i frutti della propria strategia, ma anzi continua a lavorare sperimentando e implementando nuove soluzioni nella propria strategia di Content Making.

Una case history bellissima. Ma magari ti chiederai in che modo ti possa essere d’ispirazione. Dopotutto, per realizzare un simile progetto, è stato necessario mettere in campo delle risorse economiche e umane che non tutti – anzi, ben pochi – si possono permettere.

LEGO è la dimostrazione che i contenuti possono aiutare a vendere. Ma a determinate condizioni.

Ma ci sono degli insegnamenti da trarre. Innanzitutto, LEGO è la dimostrazione che i contenuti possono aiutare a vendere. Ma a determinate condizioni.

Innanzitutto, la tua strategia di Content Making deve essere organica e coerente con la tua brand identity. In secondo luogo, è necessario, prima di ottenere dei risultati, portarla avanti nel tempo, con costanza, non aspettandosi miracoli nel giro di poche settimane.

Ma possiamo assicurarti che, con un po’ di pazienza, i risultati si vedranno eccome. Che dici, hai voglia di scoprire in che modo il Content Marketing potrebbe aiutare la tua attività o i tuoi clienti?

Allora non esitare a contattarci: non vediamo l’ora di poterci spremere le meningi per costruire la Content Strategy più adatta alle tue esigenze!

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Scrivici ora!

Con questo post su Dixit diamo il via alla rubrica Strumenti Creativi, che si propone di esaminare, per l’appunto, una serie di strumenti creativi a disposizione di tutti e, come in questo caso, facili e divertenti da usare, grazie ai quali potrai allenare o implementare le tue capacità di creatore di contenuti.

INTRO

Se siete degli appassionati di giochi da tavola, quasi sicuramente conoscerete lo strumento creativo di oggi, perché negli anni ha avuto un successo spropositato, conquistando sia i neofiti, sia gli appassionati di board games. Stiamo, ovviamente, parlando di Dixit, distribuito in Italia da Asmodee.

I motivi di questo apprezzamento? L’originalità del game play e la semplicità delle regole. A proposito di questo secondo punto, è molto più facile spiegarne il funzionamento giocando un paio di partite, che a parole. Ma proveremo comunque a farlo, in poche parole.

Dixit confezione
La confezione di Dixit. All’interno: un tabellone con pedine, delle carte illustrate e dei segnalini numerati

COME FUNZIONA, SPIEGATO FACILE

Lo scopo di Dixit è fare più punti possibile a ogni mano, in modo da avanzare su un tabellone fino ad arrivare al traguardo. Niente di più, niente di meno. Ma come si fanno questi punti?

Ogni giocatore ha in mano sei carte illustrate con disegni fantasiosi ed evocativi, la cui interpretazione è piuttosto ambigua. Il giocatore di turno sceglie una carta, la mette sul tavolo coperta e dà una definizione. Ad esempio, in riferimento alla carta qua sotto: 20000 leghe sotto i mari.
Tutti gli altri giocatori mettono a loro volta una carta sul tavolo, dopodiché le carte vengono mischiate e scoperte. I giocatori non di turno, basandosi sulla definizione data, devono capire qual è la carta del giocatore di turno.

Uno dei maggiori pregi di Dixit è che ti incoraggia a guardare un oggetto in modo inedito.

Chi indovina la carta prende 3 punti. Il giocatore di turno prende 3 punti se almeno uno degli altri giocatori ha azzeccato la carta. MA. Se tutti i giocatori indovinano o se nessuno ci riesce, non prende punti. In aggiunta, gli altri giocatori prendono un punto per ogni altro giocatore che sceglie la sua carta.

Dixit carta
Una carta di Dixit, la cui definizione potrebbe essere “Vacanze da sogno”

Questo cosa significa? Che nel dare la sua definizione della carta, il giocatore di turno non deve essere né troppo specifico (altrimenti tutti indovinano e non prende punti), né troppo vago o impreciso (altrimenti nessuno indovina e non prende punti). Deve insomma trovare una via di mezzo per far indovinare solo ad alcuni.

Allo stesso tempo, gli altri giocatori sono incentivati a mettere giù una carta che si ricolleghi alla definizione del giocatore di turno, per indurre gli avversari a sceglierla, così da guadagnare punti aggiuntivi.

IN CHE MODO PUÒ ESSERTI UTILE

Divertente, dirai. Ma in che modo un semplice gioco in scatola come Dixit può essermi d’aiuto nello sviluppo della mia creatività e nella produzione di contenuti?

Uno dei maggiori pregi di Dixit è che ti incoraggia a guardare un oggetto – in questo caso la tua carta, con la sua illustrazione – in modo inedito. Perché nel dare una definizione devi al contempo non essere scontato, ma essere comunque preciso e rimanere comprensibile.

Dixit partita
Dixit: una partita in corso

Se la tua definizione è banale, tutti indovineranno. Se sarai troppo generico o vago, il rischio è che qualcuno abbia una carta più calzante della tua rispetto alla definizione che hai dato. Se sarai troppo oscuro o se darai una definizione sviante, non indovinerà nessuno. In tutti questi casi, non otterrai punti.

Anche quando non è il tuo turno, dovrai esercitarti per calarti nella mente degli altri e “decifrare l’ambiguità”. Nella loro definizione c’è un appiglio, un riferimento culturale (ad esempio la citazione di un libro o di un film) che possa autarti a scegliere la carta giusta?

Essere originale, ma comprensibile e accurato: sono tutte capacità fondamentali nell’esercizio della creatività e nella creazione di contenuti.

Guardare a una questione in modo diverso. Essere originale, ma comunque comprensibile e accurato. Comprendere gli altri. Sono tutte capacità fondamentali nell’esercizio della creatività e nella creazione di contenuti.

Il bello, con strumenti come Dixit, è che puoi allenarle in maniera divertente. Dopotutto, chi lo ha detto che imparare e migliorarsi debba per forza essere noioso?

Carta da gioco
E tu, quale definizione daresti di questa carta per non essere troppo scontato, ma nemmeno troppo oscuro?

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Marco Agustoni
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Inauguriamo la rubrica Contenuti che vendono, nata per dimostrare come con il Content Marketing sia possibile rafforzare la Brand Identity, creare un immaginario, fidelizzare i clienti… e vendere di più, con una delle case history più eclatanti degli ultimi anni: sto ovviamente parlando di Red Bull.

Il brand austriaco che produce il celebre energy drink ha raggiunto il successo grazie a un’attività di marketing davvero originale, grazie alla quale è riuscita a creare una community di appassionati di sport (estremi, ma non solo) e attività adrenaliniche.

Questa strategia ha incluso la creazione di eventi veri e propri – non solo sportivi, ma anche musicali e culturali – ma passa per forza di cose anche attraverso la creazione di contenuti in grado di veicolare la filosofia del marchio.

Red Bull eventi
L’organizzazione di eventi è parte essenziale della strategia comunicativa di Red Bull

Energia, adrenalina, voglia di vivere: sono questi i valori veicolati da Red Bull attraverso le sue iniziative. Per creare un immaginario che li racchiudesse, il brand ha fatto qualcosa di più di “semplice” Content Marketing: si è trasformato in una vera e propria media company.

Non a caso, per riuscire nell’impresa Red Bull ha creato una divisione apposita: la Red Bull Media House. E da lì ha creato una serie di contenuti incentrati sulla passione per gli sport estremi, per la musica più all’avanguardia, per uno stile di vita originale e sopra le righe.

Il brand ha fatto qualcosa di più del “semplice” Content Marketing: si è trasformato in una vera e propria media company

Magazine sia cartacei che digitali, documentari, dischi, format televisivi, videogiochi: Red Bull si è fatta al contempo casa editrice, casa di produzione, software house, etichetta discografica. Ponendo al centro della sua strategia, accanto agli eventi, il contenuto.

Tutti questi contenuti hanno contribuito a cementare l’immaginario Red Bull nelle teste del pubblico, tanto che oggi, più che vendere un drink energetico, si può dire che il brand venda proprio questo: un immaginario.

Red Bull Content Marketing
Red Bull TV è un esempio di come il brand abbia deciso di puntare sui contenuti

E la creazione di contenuti, più che la produzione di energy drink, si è trasformata di fatto nell’attività principale di Red Bull, con la vendita del prodotto che è quasi diventata un “effetto collaterale” di questo notevole di spiego di forze creative.

Posto che Red Bull ha potuto mobilitare delle risorse decisamente ingenti per portare a compimento questo progetto, ci sono alcune cose che possiamo imparare da questo esempio di Content Marketing.

È necessario trovare dei contenuti che ti differenzino, ti rendano unico e quindi memorabile agli occhi del pubblico.

Innanzitutto, che qualsiasi progetto di Content Marketing deve avere bene in mente quali sono i valori aziendali o del brand e deve essere quasi esclusivamente finalizzato a promuovere questi ideali.

Red Bull Content Marketing
La strategia di Content Marketing di Red Bull prevede il coinvolgimento di atleti e artisti popolari

In secondo luogo, che nel Content Marketing non bisogna mettere troppi freni alla fantasia: se si vogliono ottenere dei risultati, non si può essere uguali a tutti gli altri. Piuttosto è necessario trovare dei contenuti che ti differenzino, ti rendano unico e quindi memorabile agli occhi del pubblico.

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Se vi capitasse di visitare le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, vi potrebbe capitare di vedere i passanti parlare con gli alberi e abbracciarli. Non con tutti gli alberi, ma con alcuni di essi, contrassegnati da un cartellino giallo con delle spiegazioni.

Ebbene, questi sono gli hibakujumoku, gli alberi sopravvissuti nel 1945 al lancio delle due bombe atomiche con cui gli Stati Uniti posero fine alla Seconda Guerra Mondiale, colpendo in maniera durissima la popolazione nipponica.

L’eccezionalità di questi alberi non sta solo nel fatto che sono i testimoni ancora in vita delle più micidiali deflagrazioni della storia dell’umanità. Ciò che davvero stupisce, è la vicinanza di questi esemplari all’epicentro delle esplosioni, in zone dove nessuna forma di vita animale ha trovato scampo.

Numerosi alberi sono sopravvissuti al di sotto di un chilometro dai luoghi dell’impatto. Alcuni di essi si sono spinti addirittura fino a poche centinaia di metri: l’albero dei record è un salice piangente che si trovava a 300 metri dal punto preciso in cui è esplosa la bomba di Hiroshima.

Gli hibakujumoku annoverano fra le proprie fila numerosi esemplari di piante: ficus, oleandri, eucalipti e gingko biloba sono fra gli “eroi” che sono scampati alla bomba. Anche se scampati non è sempre il termine corretto.

hibakujumoku eucalyptus hiroshima
Un eucalipto che è sopravvissuto alla deflagrazione di Hiroshima, il cui epicentro si trovava a 740m di distanza (foto da Wikipedia)

Alcuni di questi alberi, quelli meno vicini all’epicentro, sono stati solo parzialmente danneggiati e sono poi ricresciuti rigogliosi come prima, o quasi. Altri, i più prossimi all’esplosione, sono stati spazzati via per quel che concerne la parte al di sopra del terreno. Ciò che c’era sotto, però, ovvero le radici, è sopravvissuto, e tanto è bastato perché la pianta ricrescesse, dando prova di grande tenacia.

Che cosa c’è da imparare, in questo periodo segnato dalle difficoltà causate dal coronavirus, dalla storia degli hibakujumoku, trattata peraltro molto bene nel volume L’incredibile viaggio delle piante di Stefano Mancuso, celebre neurobiologo vegetale e direttore del LINV – International Laboratory of Plant Neurobiology di Firenze?

L’albero dei record è un salice piangente che si trovava a 300 metri dal punto preciso in cui è esplosa la bomba di Hiroshima.

Innanzitutto, che gli hibakujumoku sono sopravvissuti per via della struttura modulare dei vegetali: gli animali hanno organi insostituibili (a cominciare dal cervello), senza i quali non possono sopravvivere, mentre nei vegetali non esiste una parte fondamentale, persa la quale cade ogni speranza di vita.

Questo potrebbe farci riflettere sulle opportunità delle strutture “a rete”, in cui ogni nodo svolge un ruolo egualmente importante, rispetto a quelle gerarchiche, dove c’è un centro di controllo ben definito, che se però viene danneggiato porta al tracollo dell’intero sistema.

gingko biloba
Tra le specie sopravvissute all’atomica troviamo la gingko biloba (foto: Jerry Wang)

Ma soprattutto, e qui sta il parallelo con l’attuale situazione, dimostra che la caratteristica fondamentale per superare i momenti di crisi – come l’esplosione di una bomba atomica o, per l’appunto, una pandemia – consiste nella resilienza, ovvero la capacità di adattarsi ai cambiamenti “senza spezzarsi”. Si tratta di un termine di recente piuttosto abusato, ma non senza motivo.

Le piante sono particolarmente resilienti perché non possono spostarsi. Per questo motivo, non possono rifuggire un pericolo: devono affrontarlo. E non possono abbandonare il proprio contesto di vita: devono accettarlo e trarne il meglio (magari anche modificandolo).

Le attività che usciranno meglio dalla crisi economica che si è abbattuta sull’Italia e sul mondo intero in seguito alla pandemia saranno quelle che non rimarranno fossilizzate nelle proprie posizioni, ma in base a quello che gli succede attorno cambieranno il proprio modo di pensare e di agire.

Le attività che usciranno meglio dalla crisi economica sono quelle che cambieranno il proprio modo di pensare e di agire.

Nei prossimi mesi sarà fondamentale cercare nuovi modi di fare impresa, nuovi modi di trovare e rassicurare i clienti, nuovi modi di comunicare. È il momento delle idee originali e ardite. È il momento di rischiare per cambiare. Perché ogni crisi, pur nella sua violenza, racchiude sempre delle opportunità.

(Foto in apertura: Eric Muhr)

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COS’È IL CORPORATE STORYTELLING, SPIEGATO FACILE

Prima di tutto: cos’è lo Storytelling, punto

Partiamo dalle basi: lo Storytelling consiste nell’insieme delle tecniche necessarie a raccontare bene una storia. E fare Storytelling significa, molto semplicemente, comunicare attraverso le storie stesse.

Si può, certo, raccontare una storia per il gusto stesso di farlo. Ma quasi sempre un racconto veicola, anche se spesso in maniera implicita, dei valori, degli ideali, un sistema morale di riferimento.

Una storia, insomma, è raramente neutra. In aggiunta, una storia può essere anche vista come uno strumento (peraltro uno strumento molto potente) per ottenere un certo risultato: intrattenere, mettere in guardia, propagandare una visione del mondo, creare un rapporto con un determinato pubblico.

corporate storytelling
(Foto: Marcus Winkler)

Detto ciò: cos’è questo Corporate Storytelling?

Proprio questa visione strumentale dello Storytelling, secondo la quale questo consisterebbe nel raccontare storie per ottenere un determinato risultato, è quella che ci interessa per spiegare che cosa sia il Corporate Storytelling.

Sempre in breve, il Corporate Storytelling consiste nel raccontare storie per creare un legame emotivo fra un brand e il suo pubblico.

Da sempre, ma questo è valido oggi più che mai, l’uomo è un vorace consumatori di storie, tanto da trovare irresistibile l’impulso di leggere l’intera realtà in termini narrativi. Il pubblico ha bisogno di storie, perché queste sono in grado di intrattenerlo, di accrescerne le conoscenze e, soprattutto, di emozionarlo.

Per un brand è quindi importante sfruttare questa caratteristica: anziché limitarsi a presentare i propri prodotti, un marchio deve piuttosto raccontare la propria storia. Una storia che sia funzionale a veicolare la propria immagine e i propri valori.

Il Corporate Storytelling consiste nel raccontare storie per creare un legame emotivo fra un brand e il suo pubblico

A COSA SERVE IL CORPORATE STORYTELLING?

Finché le persone si limitano di tanto in tanto ad acquistare dei prodotti o servizi, saranno dei “semplici” compratori. Nel momento invece in cui si appassionano a una storia, diventano dei fedeli seguaci.

E ciò che vorranno acquistare non saranno più i prodotti o servizi di cui sopra (o meglio, non soltanto), bensì un pezzetto di quella storia di cui si sono innamorati. Non saranno più, insomma, degli occasionali acquirenti, bensì dei clienti affezionati, coinvolti con il brand in questione in una “relazione” di lungo periodo.

to be continued
(Foto: Reuben Juarez)

Corporate Storytelling: i vantaggi principali

Riassumendo quanto detto sopra, quali sono i più evidenti vantaggi dello Storytelling, per un azienda?

  • Possibilità di avere un forte impatto emotivo sul proprio pubblico
  • Creazione di un immaginario e di una Brand Identity solidi e accattivanti
  • Veicolazione dei valori del Brand
  • Creazione di un rapporto duraturo con i clienti
  • Di conseguenza, aumento delle vendite nel tempo

UN ESEMPIO DI CORPORATE STORYTELLING

Tutto bellissimo, ma questo non significa che sia facile, ovviamente. A chi ispirarsi, quindi, per utilizzare al meglio il Corporate Storytelling?

Tanto vale “guardare in alto”, prendendo a esempio uno dei casi più eclatanti di Corporate Storytelling: quello di Nike.

Il popolarissimo brand di abbigliamento sportivo, il cui claim è l’immortale Just Do It, “fallo e basta”, è riuscito nel tempo a creare un immaginario positivo, incentrato sull’importanza della forza di volontà nel perseguimento dei propri risultati.

Come è riuscito a creare questo immaginario? Attraverso le storie, ovviamente. Le storie dei tanti campioni sportivi che, grazie a passione e dedizione, sono riusciti a superare gli ostacoli più ardui fino a ottenere risultati straordinari.

I clienti vogliono comprare “pezzetti” delle storie di cui si sono innamorati

Non solo divi come Michael Jordan e Rafa Nadal. Le storie raccontate da Nike sono anche quelle di atleti meno noti al pubblico mainstream, ma in linea con l’identità del brand, capaci di battere i pronostici, sovvertire le regole, trionfare nonostante tutto.

I racconti delle imprese di questi atleti servono ad appassionare e ispirare il pubblico di Nike, ma soprattutto servono a trasferire al brand stesso una parte dei valori che essi incarnano: la loro dedizione è la dedizione di Nike, il loro amore per lo sport è quello di Nike e così i loro successi.

Quando un cliente compra un prodotto Nike – che si tratti di un paio di sneakers, di una maglietta o di un cappellino – si porta a casa, a livello ideale, anche i valori del brand sotto forma di oggetto.

Nike Storytelling
La campagna Nike con Colin Keapernik

COME POSSIAMO AIUTARTI?

Qui a Content First amiamo le storie. Ma non amiamo solo ascoltarle: amiamo soprattutto raccontarle.

Siamo un team di professionisti della scrittura con anni di esperienza come giornalisti e copywriter. Qualcuno di noi ha addirittura pubblicato dei libri. Insomma, ce la caviamo bene con le parole.

Se hai bisogno di qualcuno che ti aiuti a raccontare la tua storia o la storia del tuo brand, in modo che questa sia funzionale a conquistare il tuo pubblico, non devi fare altro che rivolgerti a noi: stiamo già “scaldando le tastiere” per aiutarti.

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